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L’ANNIVERSARIO DELLA 482/99

IL FONDO DI WILLIAM CISILINO SUL “MESSAGGERO VENETO” PER I DIECI ANNI DELLA LEGGE

Una questione di democrazia

Celebrare il compleanno di una legge è un fatto inusuale, eppure in tutta Italia le minoranze stanno organizzando delle manifestazioni per i dieci anni della legge 482/99, sulla tutela delle minoranze linguistiche storiche. Credo, tuttavia, che tutti, anche coloro che non appartengono alle comunità di minoranza, avrebbero motivo per festeggiare. Per spiegarne la ragione mi servirò di un aneddoto svoltosi fuori dalle terre di minoranza. Era il 1975 quando, a Milano, il catalano Aureli Argemì decise di dare vita ad una delle più importanti associazioni europee per la tutela delle minoranze: il Ciemen. Argemì non viveva in Italia per scelta, ma vi era stato esiliato dal dittatore Franco per le sue posizioni favorevoli alla lingua catalana. Fatta l’associazione, bisognava trovare una sede e fu per questo che si rivolse al sindaco del tempo, Aldo Aniasi, milanese doc (sebbene di natali friulani), socialista ed ex partigiano. “Di cosa vi occupate?” chiese Aniasi. “Di minoranze linguistiche”, rispose Argemì. “Allora vi darò subito la sede”, sentenziò il sindaco, “perché la tutela delle minoranze è fondamentale per la democrazia”.

 

Fra le sabbie mobili romane

La tutela delle minoranze è talmente connaturata al concetto di democrazia che i padri costituenti decisero di inserirla fra i Principi fondamentali della Costituzione. Meno illuminati furono i politici che, con le scuse più varie, rimandarono l’applicazione di quel principio di oltre 50 anni. In realtà, a partire dalla fine degli anni Settanta furono presentati in Parlamento, soprattutto dai parlamentari friulani, numerosi disegni di legge per riconoscere la marilenghe e le altre 11 lingue minoritarie, ma per lungo tempo quelle proposte si arenarono nelle famigerate sabbie mobili romane. Non mancarono nemmeno nemici illustri, come Giovanni Spadolini e Giulio Andreotti che, durante il dibattito sulla 482, chiese al presidente del Senato Mancino “ancora un po’ di tempo” per riflettere sul provvedimento.

 

Il ruolo delle associazioni e della Chiesa

Un ruolo importantissimo per giungere all’approvazione della legge fu svolto dalla società civile, anche qui con in testa i friulani, ed in particolare le associazioni culturali, l’Università del Friuli e la Chiesa. Ricordo ancora la veemenza con cui, nel ’99, l’allora arcivescovo di Udine, Alfredo Battisi, richiamò il Parlamento “a fare il proprio dovere” e l’entusiasmo con cui le associazioni friulane accolsero, dopo una discussione-fiume, la notizia dell’approvazione. I “vecchi” friulanisti, increduli, si fidarono della notizia solo quando il giorno dopo la lessero sui quotidiani.  

In alcune parti d’Italia, invece, si levarono delle proteste: “perché il friulano sì, e questa e quest’altra parlata no?”. La risposta si trova negli archivi del Parlamento, dove si conserva la documentazione dell’immane lavoro svolto nel 1978, su mandato della Camera, da Giovan Battista Pellegrini e Tullio De Mauro, per individuare le minoranze da tutelare. Non credo che possano essere messe in dubbio l’attendibilità scientifica e l’onestà intellettuale dei due più insigni linguisti italiani. A quel lavoro partecipò, per la parte giuridica, anche il cattedratico Alessandro Pizzorusso.

 

Tempo di bilanci

Quale bilancio fare di questi dieci anni? Gli ottimisti direbbero che per la prima volta il friulano è entrato, dalla porta principale, nelle scuole e negli uffici pubblici, e che mai come in questi anni il suo status ha guadagnato in rispettabilità e riconoscimento. I pessimisti, invece, si concentrerebbero sul continuo calo dei parlanti, sul drastico taglio ai finanziamenti e sui numerosi articoli rimasti inapplicati, primo fra tutti quello sulle trasmissioni RAI in marilenghe.

Sicuramente la legge 482 è stata fondamentale per avviare una fase nuova sul tema delle minoranze e per dare più sicurezza agli Enti locali e alle Regioni, che ben prima si erano attivati su tale fronte. Credo che nei prossimi dieci anni dovranno essere questi ultimi i protagonisti delle politiche di tutela, in particolare la nostra Regione che trova solo nel plurilinguismo una ragione forte e credibile per mantenere e sviluppare la sua specialità.

 

 

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